Resistenza sostantivo femminile: Partigiane.

Intervista di Julka Fusco a Marina Addis Saba

(pubblicata su A Rivista Anarchica anno 44 n. 391 estate 2014)

marina_addis_saba

Come sei diventata antifascista?

Io sono un’antifascista da trauma! Sono nata in una famiglia antifascista, mio padre era medico universitario, e quando avevo 9 anni, quindi verso gli anni ’40, hanno fatto la legge per cui chi non aveva la tessera del partito veniva mandato via dal suo posto di lavoro. Parlano sempre dei professori universitari, che in Italia son stati undici, che non hanno voluto la tessera e se ne sono andati, non hanno giurato, sono famosi, ma non parlano mai di quelli che ancora non erano professori.

È successo il finimondo in casa mia, ovviamente tutti i parenti venivano a convincere mio padre affinché chiedesse la tessera e lui si rifiutava, così come avevano fatto i suoi fratelli. Io soffrivo perché tutti dicevano “i bambini moriranno di fame” e io ci credevo! Così lo mandarono via dal suo posto di lavoro e lui decise di mettersi in proprio, diventando libero professionista e per fortuna continuò a lavorare. Ma i soprusi e le rappresaglie da parte dei fascisti furono veramente pesanti e continuarono incessantemente. Io sono diventata antifascista così, io odiavo Mussolini.

Quando andai a fare la prima comunione, a confessarmi, dissi al prete: “Odio un uomo”, e lui mi fece una predica sul fatto che non bisognava odiare nessuno, mi chiese chi fosse quest’uomo, e io non gli risposi, allora mi mandò via. Non sapevo cosa fare, ci rimasi male, però questo prete poi si informò su chi fossi e scoprì che mi stavo riferendo al duce, quindi mi richiamò e dandomi l’assoluzione mi disse: “il Tiranno può essere odiato!!!”.

Cosa ti ricordi della guerra?

Per fortuna Sassari non fu bombardata come Cagliari, durante la guerra eravamo sfollati in campagna da una mia zia. Per noi bambini era un gioco anche quello, anche se avevamo sempre fame. Un giorno mio padre, che era a letto con la febbre perché aveva la malaria, aveva fatto un sogno, aveva sognato Mussolini che piangeva. Dopo pochi minuti arrivò zio Felice, il contadino, e si rivolse a mio padre: “Prufissò, su duce es ruttu, es ruttu!” E mio padre: “È caduto? Cioè? Da dove è caduto? Da cavallo?”, “No è caduto, non c’è più!!! Lo dicono in tutto il paese!” Mio padre si alzò, ma mia madre riuscì a bloccarlo, allora mandò me e mio fratello in bicicletta in paese, per verificare cosa fosse realmente successo. Per strada trovammo i soldati, ci fecero grandi saluti e tutti contenti buttavano in aria il cappello, poi, quando arrivammo in paese, dove ci conoscevano tutti e sapevano che eravamo i figli del medico antifascista, ci invitarono ad un grande pranzo. E così, in mezzo alla festa generale, ci dimenticammo di tornare a casa, rientrammo solo dopo parecchie ore. Nel frattempo mio padre aveva saputo tutto da un amico, che era andato a raccontargli bene la caduta del duce e quando rientrammo ci disse: “Eccoli i lavativi, se aspettavo a voi!”. Comunque fu una felicità enorme, mio padre fu poi reintegrato, non gli diedero neanche una lira naturalmente, però, lo riassunsero nel suo posto di lavoro.

E dopo gli studi sul fascismo, la svolta femminista…

Dopo il primo libro sui giornali dei GUF, ho scritto un libro sui Littoriali. Erano delle manifestazioni, roba che attirava molto i giovani, delle gare a tema che si svolgevano sempre nell’ambito universitario, e come premio i vincitori ricevevano una «M» d’oro, e robe del genere, questi giovani erano totalmente esaltati. In realtà avevo sempre in mente l’idea di parlare delle donne, perché mi sono accorta che le donne erano state cancellate dalla storia, se non erano, che ne so, la moglie di Mussolini, la madre di Mazzini, le regine e cose del genere, le donne non c’erano proprio. Allora mi sono auto specializzata nella storia delle donne, dico auto specializzata perché nessuno si era mai occupato di questo e ho iniziato a scrivere libri su questo tema.

E quindi il tuo primo libro sulle donne, le Partigiane. Raccontaci delle donne che hanno fatto la Resistenza.

Il disagio e lo scontento femminile rispetto alla guerra che era entrata nelle case portando morte e distruzione, divenne nelle masse femminili, a partire dall’inizio dei bombardamenti, un odio totale al regime che aveva portato alla guerra.

E quando, dopo l’8 settembre, ci fu la confusione generale, le donne sembrarono le prime a capire che la guerra non era finita e che sarebbe stata guerra dura contro i tedeschi occupanti e i loro alleati fascisti.

La ferocia dei tedeschi e dei loro complici della Repubblica di Salò, provocò in loro, non ingombrate dagli obblighi dell’onore militare e dalla vergogna di un giuramento tradito, una pronta ed efficace risposta: esse, infatti, spontaneamente e in ogni parte del paese, offrirono ai militari sbandati ogni sorta di aiuto. Si ebbe così una prima forma di organizzazione, e di lì a poco, quando si iniziarono a formare le prime bande, la presenza e l’appoggio delle donne fu determinante. Molte donne furono addette a guidare fuori dall’Italia ebrei, ex prigionieri o comunque persone in pericolo, prestando poi aiuto ai combattenti nelle città, sia nelle SAP, Squadre di Azione Patriottica, sia nei GAP, i Gruppi di Azione Patriottica.

Nell’autunno del ’43, le donne più consapevoli formano i GDD, Gruppi di Difesa delle Donne e assistenza ai combattenti, coinvolgendo tutte le donne, soprattutto quelle ignare di politica. L’estate del ’44 fu tremenda, gli eserciti alleati sembravano procedere la risalita dell’Italia velocemente, mentre, in realtà, iniziarono i rastrellamenti dei tedeschi e dei fascisti, e l’inverno fu ancora più duro: nelle zone prima liberate, i partigiani dovettero disperdersi, le piccole provvisorie repubbliche organizzate dai ribelli furono spazzate via dalla reazione tedesca.

Allora, nell’inverno più duro della guerra, mentre la speranza della liberazione si era allontanata e tutti erano sfiniti da anni di fatiche e privazioni, le donne moltiplicarono il loro impegno per aiutare i partigiani, nascosti nei paesi o ancora uniti in formazione. Questo impegno femminile si svolse in due direzioni: la più immediata e necessaria, quella di resistere e dare forza ai perseguitati con mille attività, dal reperimento del denaro necessario alla vita dei combattenti, alla cura dei malati dei feriti o all’attività del mercato nero. L’altra direzione fu decisamente politica: esse prepararono le giornate dell’insurrezione, assistendo e fornendo corsi di preparazione politica e tecnica, di specializzazione, per l’assistenza sanitaria, per la stampa dei giornali e dei fogli del CLN o dei partiti, per l’uso e il trasporto di armi.

Poi ci sono aspetti più specifici, dei quali io ho dato un quadro, individuando varie figure, ci sono state prima di tutto le “prigioniere”, coloro che hanno iniziato la resistenza al fascismo ancor prima del regime, cioè manifestando il loro odio verso gli squadristi e le loro violenze.

Molte donne furono coinvolte in quanto parenti dei perseguitati, ma altre, come Bianca Ceva, si posero in lotta contro il fascismo per una loro scelta, affrontando poi il carcere e il confino. Durante la Resistenza si profilarono, invece, compiti più dettagliati, come quello delle “staffette” per esempio: queste donne dovevano mantenere i collegamenti e trasportare ogni sorta di beni necessari, dalle armi alle munizioni, dal cibo alle vesti e medicine. Andavano in giro dappertutto, attraversavano i villaggi, si arrampicavano per i monti, passando spavalde per i posti di blocco tedeschi e fascisti. Spesso avevano una bicicletta, ma anche più spesso erano a piedi, nella neve, nel fango o sotto il sole. Trascinavano carrette e carriole di fortuna, servendosi per il trasporto di astuzia e di arnesi femminili: grandi borse della spesa, pancere, giarrettiere, reggiseni, per nascondere la roba. Vi furono poi le “fattorine”, le donne specializzate nella diffusione della stampa clandestina.

Ogni partito e ogni movimento ebbe, durante la guerra di liberazione, il suo organo di stampa, che andava diffuso il più possibile, e le donne, fra mille espedienti e complicità varie, furono delle specialiste. Infine, non mancarono quelle che decisero di imbracciare le armi, come desiderio di partecipazione totale e di vivere sino in fondo la loro scelta. Non poche partigiane raccontano che in brigata gli uomini tentarono di metterle in cucina o a lavare i panni, ma i partigiani impararono in fretta a vedere le donne della formazione che facevano i turni di guardia come loro, che smontavano e ripulivano le armi, sottostando alla medesima disciplina e partecipando, senza alcuna speciale tutela, agli assalti, agli scontri armati.

E poi, quando tutto finisce, queste donne verranno dimenticate…

Già a partire dai festeggiamenti nelle giornate della liberazione, mentre sfilano per le città in festa le formazioni scese dalla montagna, le partigiane restarono nelle fabbriche o nelle case, oppure assistettero commosse tra la folla alle manifestazioni, per ordine dei Comandi, che non volevano esporle alle chiacchere e alle facili insinuazioni.

Insomma viene imposto loro di non sfilare accanto ai partigiani, e molte obbediscono. Così, quasi inconsapevolmente, prepararono il loro ritorno al silenzio.

Cosa ne pensi del fatto che si parli poco di resistenza? Pare essere un discorso lontano, che non ci riguarda più…

Sì se ne parla poco, però teniamo presente che prima se ne parlava anche di meno, quando c’era la democrazia cristiana, e poi, insomma, ci siamo fatti vent’anni di Berlusconi, è un miracolo che siamo qui, siamo conciati male, però siamo qui. Veramente gli italiani sono rimasti, secondo me, sempre un po’ fascistoidi.

Molto dipende dai giornali, dall’informazione, così è difficile capirci qualcosa. Anche perché è un fatto che i giornali hanno tutti un padrone. Chiediamoci chi furono i primi a diventare i fascisti, furono i giornalisti. Scrivono nel giornale del padrone, se vogliono lavorare, il giornalista normale scrive come gli dice il padrone.

Che messaggio vorresti dare alle donne di oggi?

Studiate e siate indipendenti, sotto tutti i punti di vista. Si può essere liberi solo se non si dipende da nessuno, la lotta deve continuare, invece, dopo il Femminismo, è passato tutto. Dobbiamo continuare a lottare, per la nostra equivalenza, come diceva Ada Gobetti, uomini e donne non sono uguali, non dimentichiamocelo, ma siamo equivalenti, cioè abbiamo lo stesso valore. E dobbiamo lottare tutti, uomini e donne, per questo valore.

Julka Fusco.

Chi è Marina Addis Saba?

Marina Addis Saba nasce il 18 marzo 1930, si laurea a Roma in Lettere Moderne. Dallo studio del regime e dal suo impegno femminista, è portata a specializzarsi in Storia delle donne, su cui ha scritto vari saggi: questo campo è diventato l’ambito principale della sua ricerca, nell’ultimo periodo di attività, e tra i principali argomenti dell’insegnamento. Come visiting professor si è recata più volte a Madrid, a Barcellona, a Parigi, per tenere seminari su Donne e Fascismo, Le donne della resistenza. All’estero ha partecipato a convegni e seminari come quelli organizzati in Francia alla Maison d’Italie, con la relazione su Emilio Lussu e l’emigrazione sarda, e in occasione del centenario di Giuseppe Garibaldi, nel 1982 a Nizza, con la relazione Garibaldi e l’autonomia della Sardegna. Ha concluso la sua carriera nella Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università di Sassari, in qualità di insegnante di Storia dell’Europa e titolare dell’insegnamento di Storia Contemporanea.

Tra le suo opere ricordiamo:

Gioventù italiana del Littorio, 1973;

Dibattito sul Fascismo, 1976;

Emilio Lussu 1919-1926, 1977;

Storia delle donne una scienza possibile, 1985;

Gli studi delle donne all’Università, 1986;

La corporazione delle donne, 1988;

Anna Kuliscioff vita privata passione politica, 1993;

Partigiane. Le donne della Resistenza, 1998;

La scelta. Ragazze partigiane e ragazze di Salò, 2005;

Amorosi assassini. Storie di violenze sulle donne, 2008;

Gruppi di Difesa delle Donne.

I Gruppi di difesa della donna (GDD) nascono a Milano nel novembre 1943.

I compiti dei GDD sono operativi, organizzano infatti scioperi; creano una rete di assistenza solidale alle famiglie dei deportati, incarcerati e dei caduti; propagandano la resistenza sia pubblicando giornali sia contribuendovi attivamente nella vita quotidiana come nelle fabbriche, per il sabotaggio della produzione di guerra, nelle scuole, nelle campagne per boicottare la consegna di viveri all’ammasso. Imbracciarono le armi, si misero al fianco degli uomini e in alcuni casi venivano scelte come capi squadra e dirigevano l’intera brigata. Dopo la liberazione i GDD si trasformarono o confluirono nell’UDI.

Secondo le cifre dell’ANPI sono state censite:

70.000 donne organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna;

35.000 donne partigiane, che operavano come combattenti;

20.000 donne con funzioni di supporto;

4.563 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti;

2.900 giustiziate o uccise in combattimento;

2.750 deportate in Germania nei lager nazisti;

1.700 donne ferite

623 fucilate e cadute;

partigiane

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Antifascismo, Donne nella Storia, Resistenza, Storia. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...