Care ragazze, non fidatevi di chi dice che una donna forte non subisce violenza.

Chi mi conosce sa, della mia avversione per le celebrazioni, cerimonie, festeggiamenti, riti ecc..  il 25 Novembre, per  “La giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.”  Per questa occasione mi sono astenuta da vari commenti,  ma poi ho trovato questo articolo, qui.

Denunciano  l’uso strumentale della donna vittima di violenza maschile. Chi fa l’uso strumentale? Chi parla della violenza, perché inibisce “ogni salto in avanti”. Quindi secondo la loro teoria, la soluzione è parlare solo delle eccellenze, di donne ricche, che hanno un ruolo sociale importante e riconosciuto, così la violenza contro le donne scompare..  Risolto il problema. Tutto questo scritto a sei mani e si presume da tre cervelli.

Non parlano e non dicono, dell’uso strumentale che fanno e hanno fatto le istituzioni  per il 25 Novembre. Scarpe rosse con i tacchi su scale di cartone o di compensato, messe li in mostra, come simbolo, come atto di sensibilizzazione. Ma sensibilizzazione a cosa? Non si sa, forse a non perdere le scarpe? Perché dibattiti e discussioni, per lo meno dalle mie parti, sono stati zero. È l’ipocrisia delle attuali istituzioni, delle Ladylike, del partito di Paola Concia, dove è importante sembrare di fare, ma guai a farlo.

Ma ritorniamo a parlare di quello che dicono: “Rappresentare le donne ammaccate, fragili, impotenti, passive, rassegnate, non regala forza a nessuna. È proponendo modelli positivi che regali forza alle ragazze.

Se io parlo di un problema, lo faccio per cercare di capirlo, quindi averne la consapevolezza e perché no! Cercare anche di risolverlo. Se io non ne parlo, non solo non faccio regali, ma inganno nel modo peggiore “le ragazze.”

A non parlarne il problema non  sparisce, lo nascondi sotto il tappeto, non si vede, ma non vuol dire che non esiste.

Molto alla moda oggi, il rifiuto della nozione di vittima nasce dal narcisismo fondato sull’ammirazione della figura del dominante. E di fatto, questo rifiuto è assolutamente anti-sovversivo. Infatti, se non ci sono vittime, non c’è ingiustizia e non c’è nessuna ragione per combattere, né per criticare questo “meraviglioso” sistema.- Mélusine Ciredutemps.

Altro elemento è il confondere vittima con vittimismo, e creare l’inganno che assimila vittima con la debolezza, pensando erroneamente che il forte non può essere vittima, questo si che è un luogo comune.  Parlando solo di modelli positivi, quali regali fanno a quelle ragazze? Nessuno! Perché se rimangono vittime di abusi o di violenze si sentiranno in colpa, si vergogneranno della loro debolezza, perché conoscono solo il disprezzo  che riceve il “debole”, quindi rimangono frustrate e isolate e si guarderanno bene a fare denuncia e ad uscire dalla propria rabbia.

Ma come ricorda TK  Brambilla: I centri antiviolenza ci raccontano infatti che vittime di violenza maschile tra le mura domestiche sono anche donne che potremmo chiamare “vincenti”, donne che hanno studiato, che occupano posti di lavoro di rilievo, donne che si muovono nel mondo con coraggio. E magari è proprio questo loro volere essere libere a scatenare la violenza degli uomini che non accettano la libertà femminile. Sappiamo infatti che il momento di maggiore rischio per le donne è proprio quando decidono di andare via. A scatenare la peggiore violenza è la forza di quelle donne, non la loro presunta debolezza”.

Da ricordare che la vittima è vittima suo malgrado e la debolezza non è un disvalore, è una caratteristica umana come la forza, ed hanno pari dignità umana e sociale. Una società basata solo sui forti l’abbiamo già vista in quella della Germania nazista.

La forza fa parte dello stereotipo della  mascolinità, come la debolezza del femminilità, per essere accettata e rispettata, una donna deve dimostrare di essere forte, quindi poco femminile, una “donna con le palle”, attributo maschile. Inneggiare alla donna forte, non è niente di nuovo, come per la donna debole, appartengono agli stereotipi rigidi di genere imposti dal patriarcato. Stereotipi che io non voglio contrapporre gli uni agli altri, ma distruggerli.

“Le donne che celebrano il 25 novembre spesso non si sganciano da una narrazione che è patriarcale.”

No! Non sono le donne che ne parlano, ma l’ istituzioni nella forma in cui ne parlano e questo è un distinguo che sarebbe corretto fare.

Parlare di violenza sulle donne, vuol dire mettere sotto accusa il patriarcato, gli stereotipi di genere, che sono strettamente connessi con il matrimonio. Quindi parlare di violenza sulle donne vuol dire discutere e mettere in discussione il matrimonio, e la rigidità dei ruoli al suo interno. Parlare dell’oggettivazione, e dell’unico rapporto che il dominio prevede, quello soggetto/oggetto.

La teoria dei ruoli che concepisce la mascolinità come un insieme di schemi sociali rigidi, norme e aspettative sociali, che sono originati dalla società gerarchica. Gli uomini assumono quei comportamenti e quegli atteggiamenti, che consentono loro di avere il massimo delle ricompense sociali e dell’autostima personale. Tutti gli uomini beneficiano della subordinazione della donna. Esistono forti pressioni sociali sugli uomini perché diventino “veri maschi”, di conoscere ed essere riconosciuti. La mascolinità è definita da tre ruoli sociali; padri adeguati,(il buon padre di famiglia del codice civile) provvedere ai bisogni della famiglia e proteggere mogie e figli. La mascolinità è strettamente connessa con il matrimonio e alla violenza. Da non confondere; io non sto parlando di uomini, ma degli stereotipi della mascolinità che sono originati dal patriarcato, la mia non è una guerra contro gli uomini ma contro il dominio.   Per questo è necessario che l’alternativa sia costruita ogni giorno, pezzo per pezzo, con ogni persona, uomo e donna, debole o forte, bella o brutta, in ogni momento.

Ecco, quando si parla di violenza sulla donne, si parla di questo, e non di forza e debolezza, vittima e vittimismo, che è puntare il dito su un non- problema per eludere il problema reale.

Due parole sul femminismo neo-liberale.

Femminismo liberale: è un femminismo fondamentalmente razionalista, utilitarista e implicitamente basato sul presupposto che il patriarcato e il capitalismo è un dato di fatto, rinuncia a combatterlo e cerca di creare delle piccole nicchie di privilegi per alcune donne. In definitiva non è altro che un movimento della borghesia che mira ad estendere alle donne i poteri e i privilegi degli uomini, ma non si cura del destino della donna in senso globale.

È un femminismo che bene s’inserisce in questa società mercantile, dove lo scambio di denaro è  la relazione comunitaria privilegiata al di fuori della propria personale cerchia di  relazioni. Il senso della comunità si perde e si afferma l’individualismo poiché l’esistenza comunitaria non è più necessaria come prassi, anzi, ostacola la commercializzazione di servizi che suppliscono alle funzioni che una volta venivano demandate allo sforzo comune, alla rete sociale e solidare.

Riferimenti e approfondimenti:

http://forum.anarchiste-revolutionnaire.org/viewtopic.php?t=4152

http://www.massimolizzi.it/2014/12/07/oltre-luoghi-comuni-sulle-donne-vittime-di-violenza/

http://www.massimolizzi.it/2014/01/05/liberta-sessuale-o-liberta-di-consumare-sesso/

http://lunanuvola.wordpress.com/2014/11/24/la-cosa/

http://lunanuvola.wordpress.com/2014/11/25/impegno-coraggio-e-cura/

http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/11/24/il-25-novembre-di-crescere-insieme/

http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/11/26/io-so-perche-le-donne-non-se-ne-vanno/

http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/12/03/quando-una-donna-viene-uccisa-e-certamente-colpa-sua/

https://bccida.wordpress.com/2014/01/15/vittima-e-vittimismo/

https://bccida.wordpress.com/2014/06/12/occultamento-di-cadavere/

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