Politica e Retorica

Politica e Retorica nel’Italia contemporanea. 

(di.Stefano Boni. da Libertaria 2011)

La definizione e caratterizzazione di cosa sia l’ambito «politico», in ciascuna società, è una prima operazione di politica della rappresentazione. La costruzione di campi discorsivi con un proprio nome (in questo caso appunto «politica») è un’operazione cruciale perché definiscela divergenza di condotte possibili interna al campo e le azioni che devono invece essereclassificate in altri termini. La catalogazione lessicale di cosa sia un atto politico è stato un riconosciutoterreno di scontro: le azioni, le idee, i progetti che la tassonomia prevalente non collocaall’interno del campo «politico», vanno necessariamente inserite in altre rubriche discorsive,condizionando così sia la loro concettualizzazione sia il giudizio sulla loro legittimità.Oggi, la politica-retorica, ovvero il campo discorsivo riconosciuto come «politico» ha caratteristiche, proprietà e obiettivi abbastanza ben definiti, ribaditi con insistenza dai media, raccoltie, in parte, rielaborati dal senso comune. Esiste una certa sintonia tra ciò che viene promosso dai poteri ufficiali, irradiato dai media, e le convinzioni di ampi settori della cittadinanza:gli assunti fondanti il campo del politico (cosa vada compreso sotto questa etichetta,quale sia la sua funzione, quanta diversità interna presenti, quali siano le azioni lecitein questo campo e così via) risultano, nel complesso, egemonici.

Seguono sette tesi in cui illustro i presupposti impliciti che caratterizzano il campo della politica-retorica e, al contempo, cerco di mostrare quanto le rappresentazioni propostedalla politica su se stessa siano distanti dalla realtà. Si tratta, da un lato, di esplicitare i principi sottaciuti che accomunano uninsieme di discorsi, manifestazioni, iniziative, dibattiti, pratiche e istituzioni, apparentementevariegato; dall’altro, di confrontare ciò che succede con le rappresentazioni offerte dall’ufficialità politica.

 

Prima tesi La politica-retorica (nella sedicente democrazia contemporanea) si caratterizza come ambito supremo della legalità e quindi esclude la violenza. Questo principio imprescindibile scaturiscedall’idea che, in democrazia, il confronto politico ha i suoi luoghi e i suoi canali che permettono a tutte le opinioni di essere espresse e rappresentate nelle istituzioni politiche. Queste ultime sono, al contempo, prodotte e produttrici di una legalità che ne regola modalità, procedure eforme in una maniera che si proclama pacifica. L’azione politica (come è, per esempio, insistentemente ricordato dalle «figure istituzionali» della democrazia parlamentare italiana) deve essere unicamente discorsiva, condotta mediante operazioni propagandistiche, finalizzate ad attrarre consensi elettorali. Il contrasto politico tra cittadini ha, quindi, nel voto l’unica espressione legittima: i professionisti della politica, una volta eletti, si adopererebbero (in questa visione idealizzata) per portare avanti gli orientamenti espressi dai votanti. La violenza, quindi, non solo contro le persone ma anche contro gli oggetti, non fa (e non può fare) parte del campo del politico. La definizione di cosa sia violenza è notoriamente discrezionale e decisa da chi ha il potere di imporla mediante leggi e mass media. Quando l’utilizzo della forza è diretto contro le istituzioni statali è tacciato di «terrorismo », sintomo evidente (nei discorsi dei politici, nell’amplificazione mediatica e nelle credenze dell’elettorato) di estremismo fanatico. Bastano azioni minime (slogan, cortei non autorizzati,striscioni, blocchi stradali, scioperi, occupazioni), condite con una buona dose di fantasia giornalistica-poliziesca-giudiziaria, per individuare la violenza al di fuori delle istituzioni legittime. La violenza prodotta dalle istituzioni, nella rappresentazione ufficiale, non fa parte della «politica» ma della neutra e inevitabile procedura amministrativa. Non è violenza,quindi, l’incarcerazione, il coinvolgimento in guerre o gli sgomberi di interi palazzi o di campi nomadi. Il campo del «politico» è, per definizione, pacifico: nega una dimensione «politica» sia alla violenza (legittima e necessaria) che somministra sia a quella (inaccettabile) gestita da altri. Caratterizzare un’azione come «violenta» significa relegarla irrimediabilmente fuoridall’ambito «politico». Vengono lasciate ai cittadini solo le pacifiche procedure di espressione politica, ovvero le manifestazioni e, per chi lo pratica, il voto. Il non-detto della politica-retorica,che un numero piccolo ma crescente di cittadini inizia a mettere a fuoco, è che gli strumenti legali si sono dimostrati risorse senza conseguenze, non in grado di realizzare le volontà politiche dei cittadini mentre qualsiasi azione diretta, volta ad avere un impatto tangibile, è tacciata di violenza e conseguentemente repressa.

 

Seconda tesi Società e politica sono scisse, la politica-retorica è non solo legata a ma indissolubilmente incorporata nelle istituzioni politiche.L’ambito e lo spazio, fisico e simbolico, della «politica» è definito dalla Costituzione che lo fonda, ne regola i processi, stabilisce i luoghi, decreta ruoli e prerogative. La politica è quindi, per definizione, istituzionale: riguarda i partiti, le assemblee degli eletti e gli eventi mediatici ufficiali promossi da queste forze. Si è costituito un campo autoreferenziale, scisso dal sociale:

«Il mondo politico si è gradualmente chiuso in se stesso, assorbito dalle sue rivalità interne, dai suoi problemi, dai suoi interessi » (Pierre Bourdieu, 1993, p. 627).  Oggi, nel discorso ufficiale come nel senso comune, la dimensione politica coincide con la pacifica attività delle istituzioni: c’è politica solo dove c’è un politico. È localizzata quindi nelle rassicuranti aule parlamentari, in alberghi di lusso o, nelle sue espressioni più popolari, sul palco di qualche piazza.

I temi individuati come «politici » comprendono qualunque diatriba tra e nei partiti; le prese

di posizione ufficiali sulla questione all’ordine del giorno nell’informazione di massa; le votazioni nei vari organi istituzionali; le crisi e i rimpasti di governo; i vertici e le altre operazioni mediatiche che coinvolgono politici e istituzioni; i dibattiti televisivi a cui partecipano gli eletti e i loro commentatori; gli scandali che coinvolgono politici. Al cittadino vengono riservati due ruoli all’interno del campo politico: quello di passivo ricettore di rappresentazioni mass mediatiche della politica-retorica; quello, saltuariamente attivo,di elettore che sceglie, con il voto, tra schieramenti e partiti confezionati, comunque, daiprofessionisti dell’arte del governo. La politica odierna consiste quindi nella mobilitazione intensa e ben pubblicizzata di sforzi discorsivi e coreografici sfarzi auto-celebrativi, finalizzati a fare accettare la delega. Il cittadino è  chiamato a votare e, successivamente, è tenuto ad accettare le decisioni dei rappresentanti eletti. Se non è contento, è lecito cambiare il voto. Non è lecito invece pretendere che da quel voto (anche se maggioritario) risulti un qualunque cambiamento tangibile nella sua vita quotidiana. Come nota David Graeber (2009, pp. 319-320) la democrazia elettorale consiste nel «scegliere tra una gamma di opzioni formulate da qualcun altro… La gente può avere la sua opinione perché le opinioni non contano. Chi comanda non ha opinioni. Decide».

 

Terza tesi La politica-retorica, a prescindere dalla collocazione del singolo politico, riflette, aggiorna, contestualizza e sostiene i tratti principali dell’ideologia contemporanea in campi cruciali quali la definizione delle identità, la costituzione della moralità collettiva e la rappresentazione della fase storica contemporanea. Il discorso politico, nel suo complesso,dialoga, conferma, manipolae specifica la produzionedi immaginari sociali piuttostoche proporre un’analisi e discussione sul modello più appropriato di gestione del dominio pubblico; quest’ultima preoccupazione semplicemente svanisce nell’eloquenza spasmodica della «politica» (FrederickBailey, 1981). La politica-retorica produce le apparenze e idiscorsi che la società vuole vedere e sentire, a prescindere dalla palese distanza tra rappresentazione (ciò che si dice) e realtà (ciò che succede). L’eloquenza contribuisce a produrre e, allo stesso tempo, celebra,onora e riqualifica strumentalmente il senso comune, ponendolo al servizio delle forme di dominio che occultamente caldeggia (Michael Herzfeld, 2004,).

Specchio strategicamente deformato dei desideri sociali, la politica standardizza la propria immagine e il proprio linguaggio per compiacere gli elettori. Il politico incarna (o meglio vorrebbe mostrarsi come) l’immagine di ciò che è ufficiale, della decenza, della moralità, dell’intelligenza strategica, della capacità di evocare sentimenti collettivi. L’immagine dei politici (abitudini, relazioni personali, sessualità, possedimenti, divertimenti) è sostanzialmente irrilevante per la gestione delle risorse pubbliche ma è diventata cruciale, nella rappresentazione massmediatica, proprio perché il politico è icona delle proiezioni immaginarie del corpo sociale. La retorica, in ultima istanza, evoca un ideale di prosperità,pace, armonia e abbondanza,un progetto palesemente irrealizzato nel presente ma realizzabile nel futuro solo se, promette ogni politico, nella competizione elettorale, verrà dato il voto«giusto».

 

Quarta tesi Lo spazio sociale della politica retorica sono i media. La gente, i votanti, gli elettori incontrano la politica-retorica principalmente tramite i mass media (Raymond Williams, 1990,). I politici monopolizzano lo spazio informativo, in particolare, nei mezzi di comunicazione in cui la scelta è, in qualche modo, obbligata.

In buona parte la politica-retorica continua ad avere una presa egemonica sulla coscienza collettiva per un accordo monopolistico che lega il potere istituzionale (che assegna le concessioni a trasmettere esclusivamente a certi canali radio etelevisivi) e i controllori e gestori dei mezzi di comunicazione più diffusi (che danno rilievo e credibilità alle istituzioni politiche).I mass media somministrano con perseveranza i messaggi standardizzati della politica istituzionale facendola apparire inevitabile e garantendo la diffusione dei cardini ideologici del lecito coinvolgimento del cittadino nella politica, disponendolo alla passività.

Con riferimento alla televisione, Bourdieu (1996,p. 35) sostiene: «L’universo degli invitati permanenti è un mondo chiuso di conoscenze che funziona in una logica di auto rafforzamento permanente…La gente sente che c’è qualcosa,ma non vede sino a chepunto questo mondo è chiuso,bloccato su se stesso, quindi estraneo ai suoi problemi, alla sua stessa esistenza». La legittimità della democrazia rappresentativa si fonda sul riscontro del voto, espressione consapevole di «scelta». Così non è. All’elettorato si nascondono i reali effetti del potere(non vengono semplicemente inseriti nella scaletta di ciò che è «politico») mentre viene propagandata la politica-retorica delle istituzioni, che adopera l’iconicità, il simbolismo e la persuasione occulta. Diatribe infinite si legano, infatti, alla possibilità di usare nomi, immagini e personaggi televisivi(che avendo acquisito una certa adesione emotiva) portano voti a prescindere da ciò chedicono e, ancora di più, da ciòche realmente fanno.

Esistono precise e note correlazioni tra esposizione televisiva di messaggi promozionali esclusivamente simbolici e spostamento di voti. Nel campo della politica-retorica l’acquisizione di consensi non è un’opera d’informazione ma di propaganda in cui la realtà viene semplificata, banalizzata, trasformata in icone, sentimenti e parole d’ordine adatte alla manipolazione mediatica. L’operazione di illustrazione strumentale non solo prescinde dalla realtà ma la altera sistematicamente per perfezionare la forza seduttiva  della rappresentazione. Un’azione che di fatto peggiora, per esempio,la sicurezza in edilizia può essere presentata come una«riforma», un grande successo dei lavoratori. La propaganda è tesa a evocare un immaginario,far credere che a tale partito stia a cuore tale problematica: il discorso può prescindere dai fatti concreti.

 

Quinta tesi: Il linguaggio della politica è laretorica. Uso il concetto di retorica per indicare un esercizio oratorio finalizzato, non a condividere un’analisi di fatti, ma alla persuasione inconscia. Zygmunt Bauman (2000, p. 47) ha segnalato la contemporanea«contrazione» e «svuotamentodello spazio pubblico», a suo dire, colonizzato da problematiche private. A mio avviso, lo svilimento dell’informazione «politica» a cronaca parlamentare non è accidentale: è in corso una strategica mistificazione finalizzata a occultare i concreti atti di dominio istituzionale. La politica-retorica è inserita apieno titolo nel mondo del marketing: entrambe studiano come l’adesione può essere solleticata e catturata. Il parallelo

tra voto e acquisto si nutre su quello tra partiti e prodotti, chea sua volta si associa a quello tra propaganda elettorale e pubblicità. Così come si valuta il successo di una operazione di marketing dall’andamento sul mercato del prodotto (uguale a tanti altri), allo stesso modo si interpellano i sondaggi per calcolare il successo dell’esposizione mediatica di un politico.

Come un prodotto può non contenere la sostanza di cui porta il nome (si può vendere «aranciata» senza traccia di arancia), allo stesso modo i nomi e i simboli dei partiti possono solleticare immaginari, sostanzialmente vuoti: ciò che conta, che porta voti e acquisti, è l’immagine, a prescindere da qualsiasi riferimento fattuale.

Se nell’acquisto di un prodotto l’alienazione si fonda sul suo anonimato in fase di produzione e nel suo uso massificato, e quindi spersonalizzato, in fase di consumo, nella politica l’alienazione (passato il coinvolgimento emotivo indotto nella campagna elettorale) è la triste constatazione che le normative a cui siamo soggetti sono spesso incomprensibili, liberticide, non discusse pubblicamente, illustrate in televisione in maniera fuorviante.

Nel senso comune, il campo«politico» odierno consiste in un susseguirsi di interviste, diatribe, ricostruzioni storiche strumentali,manovre occulte, operazioni propagandistiche, esposizioni giornalistiche e radiofoniche che presentano al pubblico il politico e la sua retorica. Il messaggio comunicativo è caratterizzato da un’eleganza rispetto a regole formali codificate,finalizzate a produrre momentidi eloquenza altisonanteche possono durare il tempo diqualche secondo (la battuta alla radio o alla televisione),  qualche minuto (nei dibattiti televisivi),qualche ora (nei comizi). La rigida codificazione in termini di terminologia usata, campo del contendere, enfasi, strutturazione linguistica genera, rispetto ad altri ambiti discorsivi, un linguaggio prevedibile, scarsamente creativo, noioso. Il pubblico viene coinvolto, come uditore passivo, proprio perché escluso dai ragionamenti concreti concernenti l’esercizio del potere effettivamente messo in campo (Bailey, 1981).Visto che le semplici parole, per quanto attentamente studiate, ormai stentano a creare negli utenti-cittadini la sensazione che un cambiamento reale si accompagna all’alternanza dei politici al governo, si cercano dispositividi convincimentorafforzati da un’aurea di scientificità: i numeri. Le cifre discusse dalla politica-retorica permettono di affrontare la concreta questione dei benefici monetari di ciascuno, e di passare quindi dall’astratto al personale.

La strumentale, errata, mistificante rappresentazione della storia è un’altra deformazione del reale sistematicamente sollecitata dai politici. Alla fine della seconda guerra mondiale, la politica-retorica promuove e rende egemonico un immaginario storico nazionale, trasversale ai partiti, fondato sulla rimozione delle atrocità del ventennio e della sconfitta dell’Italia, paese aggressore e occupante, alleato dei nazisti, per propagandare invece l’immaginario rassicurante di un comune passato nobilitato dalla resistenza antifascista. Le foibe sono state recentemente inserite in questa ricostruzione faziosa del passato, propagandata trasversalmente dalle istituzioni politiche, perché permettono di far passare gli italiani come vittime di slavi sanguinosi,piuttosto che carnefici.

All’interno di queste cruciali rimozioni condivise dal quadro ideologico nazionale, ogni partito si crea una conveniente genealogia,non tanto di fatti storici, ma di rievocazioni partigiane che possono essere celebrate ritualmente e propagandate. IlPartito comunista italiano e i suoi eredi si appropriano della resistenza, monopolizzandone la memoria e marginalizzando, nei rituali commemorativi e nella storiografica ufficiale, le altre anime antifasciste. La destra, a sua volta, ha propagandato, sottol’etichetta «foibe», una semplicistica visione nazional-vittimista delle violenze sul confine orientale. I leghisti, in modo grezzo e ambizioso, inventano immaginifiche storie del popolamento proponendo una visione genetica ed essenzialista dell’identità.

Le deformazioni sistematiche nella rappresentazione della storia e delle dinamiche identitarie, se sostenute da una compiacente risonanza dei mezzi di comunicazione di massa,se ripetute con sufficiente insistenza, diventano socialmente credibili e suscitano emozioni nel vissuto personale, sollecitando il cruciale processo di adesione e identificazione.

 

Sesta tesi: La politica-retorica declina l’immaginario pubblico per suscitare un sentimento di identificazione differenziato tra i votanti. Le prime cinque tesi e la settima rivelano caratteristiche che prescindono dalla peculiare collocazione del partito o del politico.

Eppure la produzione di simboli e orazioni diversificate è indispensabile per mantenere una sembianza di democrazia. Nel suo complesso, l’apparato comunicativo della politica istituzionale deve soddisfare qualunque gusto «politico», esistente ed emergente, per offrire a tutti i cittadini un presunto canale di rappresentanza. Viene risolta nella «libera scelta» elettorale tra centrodestra e centrosinistra sia la crescente crisi di credibilità dovuta all’immutabilità sistemica (ovvero la crescente consapevolezza che i cambiamenti di governo non producono alcuna alterazione sostanziale nel vissuto degli elettori) sia l’irrilevanza della volontà popolare (le decisioni sono prese a palazzo) (Gaspare De Caro e Roberto De Caro,2007; Marco Revelli, 2007). La diversità nell’offerta del messaggio

politico è, da un certo punto di vista, enorme. Esiste un mercato di immaginari politiciche soddisfa uno spettro di votanti che va dai simpatizzanti fascisti, passando per chi si sente conservatore, imprenditore, cattolico, padano, radicale, socialista, moderato, di sinistra, alternativo, ecologista, fino ai comunisti. Ogni partito, ogni figura carismatica eccita nei votanti un immaginario che può essere la sovranità nazionale, l’assoluta laicità dello stato, l’affermarsi del liberismo nella sua forma più coerente e cristallina, un futuro pervaso da valori cristiani,l’autonomia regionale,un mondo di giustizia ed equità, il risanamento dei conti pubblici, i diritti dei lavoratori, la svolta ecologista. Lo scopo della retorica consiste nel solleticare seducenti scenari e illudere la cittadinanza che può effettivamente esercitare un potere tramite il voto e risolvere così i propri problemi (più o meno immaginari). La politica è, oggi,tifo, schieramento simbolico, adesione alla personalità del leader. L’esposizione mediatica produce un’identificazione tra elettore e simboli «politici» proposti,permette al politico carismatico di suscitare emozioni e di controllare così fette di elettorato. L’offerta discorsiva dei professionisti del governo, il campo della politica-retorica, deve prevedere incessanti scontri che evochino differenze coreografiche da mettere in scena.

La distanza tra discorso politico e vita reale è talmente palese che, rispetto a qualunque azione governativa, si può sostenere, dalle diverse parti dello schieramento parlamentare,che abbia effetti radicalmente diversi. A ogni manovra finanziaria,per esempio, la maggioranza sosterrà che darà un accresciuto potere economico «alle famiglie» o «alla classe media», mentre l’opposizione dichiarerà che lo riduce. Le diverse argomentazioni attivano parole,numeri, prove, studi tecnici dando la parvenza di un confronto reale, nella sostanzia le continuità dell’esercizio del potere governativo. Il fatto che ogni atto può venire rappresentato in maniera così radicalmente diversa, soddisfacendo e confermando le convinzioni degli elettori di tutti gli schieramenti,dimostra che l’evocazione politica-retorica non ha alcun effetto che possa essere misurato nella materialità della vita.  Il sedicente «scontro» politico rimane quindi interno alla rappresentazione retorica.

Le differenze sono molto meno marcate se si passa dai discorsi alla prassi gestionale interna ai partiti. La struttura decisionale è gerarchica (con direttivi e presidenti)dai comunisti ai fascisti: i dirigenti rimangono al vertice per decenni, bramano poltrone e si nutrono di pratiche clientelari e personalistiche. In questi ambiti le differenze si attenuano soprattutto perché ogni partito, a modo suo, contribuisce a mandare avanti la politica  istituzionale e tutti gli atti di potere reali a essa associata. Evidentemente,date percentuali di voto che, in Italia, scendono ancora lentamente, la retorica politica ha una sua forza e mantiene una capacità egemonica, a prescindere dalla evidente incapacità di modificare, neppure marginalmente,il senso complessivo dell’esercizio del potere.

 

Settima tesi: Uno dei principali obiettivi della politica-retorica è normalizzare l’esistente, sia dando credibilità al campo «politico», sia inibendo proposte alternative di distribuzione del potere. L’esposizione mediatica consente di garantire credibilità all’ambito politico in un contesto storico in cui i fatti inducono i cittadini alla diffidenza e a un ripensamento sistemico. L’informazione «politica» è, infatti, gestita in modo tale da garantire a tutti gli attori istituzionali un’esposizione mediatica a patto di rimanere all’interno del modello prevalente. Non è garantito un accesso mediatico a tutte quelle forme di mobilitazione, estrane e alle istituzioni, che propongono un diverso modello di gestione del potere. Mentre quotidianamente, senza eccezioni, i politici istituzionali riempiono i telegiornali,

vengono escluse dall’accesso ai media voci che mettono in discussione, nelle sue fondamenta, la bontà di un sistema dipotere concentrato nei palazzi. Il potere istituzionale si fonda sulla capacità egemonica di convincere la cittadinanza ad accettare la sua esclusione dall’esercizio diretto di un potere pubblico: «In buona parte, il potereè solo l’abilità di convincere altri che lo detieni (per la parte rimanente, consiste principalmente nell’abilità di convincerli che dovresti detenerlo)» (Graeber, 2001, p. 245). Si può sottoscrivere la riflessione di David Graeber, a patto di riconoscere che la diffusa rassegnazione all’impotenza politica della cittadinanza contemporanea è dovuta anche al fatto che quando l’egemonia vacilla e la popolazione tenta di esercitare  potere direttamente, viene dissuasa attraverso metodi repressivi. Nella classificazione politico-retorica e del senso comune, non viene riconosciuta dignità politica a percorsi individuali o collettivi che esulano dalle istituzioni. 

Nella dimensione individuale, modi di vivere e lavorare,occupazioni, boicottaggi, discorsi a cena, sperimentazione di convivenze, denunce espresse tramite l’arte, azioni dirette,la partecipazione a gruppi di autocoscienza,l’impegno comunicativo informale e l’avvio di economie solidali vengono etichettate come scelte personali, senza concreti effetti «politici». Nelladimensione collettiva, qualunquetentativo di aggirare la delega finalizzato a modificare il complessivo esercizio del potere, nella direzione di una democrazia diretta, partecipata, decentrata e assembleare, è considerato non solo inopportuno, non percorribile, utopico ma, come è successo in diverse nazioni latinoamericane, eversivo e antidemocratico (Marc Edelman,1999). In Italia vengono criminalizzate le richieste di unesercizio di potere diretto, senza delega, da parte di settori della popolazione, come, per esempio,quelle avanzate dai comitati che si oppongono alla Tav in Val di Susa o all’ampliamento dell’aeroporto militare di Vicenza. La democrazia partecipata è considerata accettabile dalla«politica» solo nel modello sponsorizzato dalle istituzioni, ovvero nella forma regolamentata e consultiva. Il coinvolgimento popolare promosso dai comuni, sotto la rubrica «Agenda 21» o «Nuovo municipio»,consente infatti alla popolazione (o più spesso a rappresentanti della società civile appositamente selezionati) di riunirsi e discutere ma non di prendere decisioni: queste sono sempre ecomunque sottoposte al cruciale vaglio istituzionale. L’istituzionalizzazione della democrazia assembleare, nella sua forma innocua, piuttosto che stimolare modelli realmente partecipati, li svuota di potenzialità e diffonde la convinzione che siano impraticabili.

Accettare di muoversi esclusivamente all’interno di un campo politico istituzionale, significa rinunciare a concepire esperimentare la gestione diretta del potere. In sintesi La retorica mediatico-istituzionale riesce a egemonizzare emozioni e identificazioni nel sentire comune ma sposa una definizione di «politica» che, se si adotta un’ottica analitica, non solo è inadeguata a individuare i reali rapporti di condizionamento, ma li occulta. Non sostengo che la politica istituzionale non eserciti potere, sostengo che la politica-retorica (ciò dicui si parla, ma privo di effetti tangibili) mediante un meccanismo cacofonico che distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dall’analisi dei poteri che plasmano la società, cerca di far passare inosservati gli effetti reali dell’imposizione governativa:ciò che ha effetti tangibili ma di cui non si parla.

 

Riferimenti Bibliografici:

  • Frederick Bailey, Dimensions of rhetoric in conditions of uncertainty, in Richard Paine (a cura di), Politically Speaking, Institute for the Study of Human Issues, Philadelphia, 1981, pp. 25-38.
  • Zygmunt Bauman, Vite Di Scarto, Laterza, Bari, 2005.
  • Pierre Bourdieu, Postscript, in P. Bourdieu (a cura di), The Weight Of The World, Polity Press, Cambridge, 1999, pp. 627-629.
  • Pierre Bourdieu, Sulla televisione, Feltrinelli, Milano, 1997.
  • Gaspare De Caro e Roberto De Caro, La sinistra in guerra, Colibrì, Paderno Dugnano, 2007.
  • Marc Edelman, Peasants Against Globalization: Rural Social Movements In Costa Rica, Stanford University Press, Stanford, 1999.
  • David Graeber, Toward An Anthropological Theory Of Value: The False Coin Of Our Own Dreams, Palgrave, New York, 2001.
  • David Graeber, Direct Action. An Ethnography, Edinburgh, AK Press, 2009.
  • Michael Herzfeld, The Body Impolitic: Artisans And Artifice In The Global Hierarchy Of Value, The University Of Chicago Press, Chicago, 2004.
  • Marco Revelli, Sinistra/Destra. L’identità smarrita, Laterza, Bari, 2007.
  • Raymond Williams, Televisione: tecnologia e forma culturale, 1990, Editori Riuniti, Roma, 2000.

 

Stefano Boni, docente di antropologia politica e antropologia sociale all’università di Modena, e Reggio Emilia è autore di:

  • Le strutture della disuguaglianza (2003) Franco Angeli Edizioni.
  • Vivere senza padroni (2006), Elèuthera
  • Culture e poteri. Un approccio antropologico (2011) Elèuthera
  • Homo comfort. (2014) Elèuthera

 

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